By Anna Quirino

L’Italia è la madrepatria di svariati brand sostenibili e uno dei più promettenti in termini di vendite e design affonda le sue radici in Calabria, una regione del Sud Italia baciata dal sole, caratterizzata da una bellissima costa e un entroterra dalla ricca storia, seppur spesso scosso da problematiche sociali ed economiche: stiamo parlando di CANGIARI

“Cangiari” significa cambiare, e il cambiamento è il filo conduttore di questo marchio di moda etica calabrese.

Fin dagli anni ’60 in ogni famiglia calabrese era presente un telaio a mano, che permetteva la realizzazione home-made dei tessuti: questa tradizione è stata portata avanti dalle “majistre”, non semplici tessitrici ma vere e proprie maestre. Quella della tessitura è un’arte sofisticata, che nasce nella Magna Grecia e si sviluppa con il mito di Penelope di Itaca, e che grazie a nenie e cantilene (poi trascritte) è stata tramandata di madre in figlia, preservando un patrimonio di matrice grecanica e bizantina.

E’ dall’antica tradizione della tessitura che riparte “CANGIARI”, per realizzare i suoi capi. Il brand nasce da GOEL, una comunità fondata da un gruppo di cooperative sociali intenzionate a rivoluzionare il tessuto sociale calabrese.

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Artigianalità, sostenibilità ed etica sono le key-words di questo marchio, che promette non solo di affermarsi sempre di più nel panorama italiano, ma di diventare un punto di riferimento per la moda sostenibile.

Abbiamo intervistato per The Green Side Of Pink Vincenzo Linarello, presidente del gruppo GOEL e fondatore del marchio “CANGIARI”, che ci ha parlato del suo progetto e di come stia riuscendo a segnare profondamente e positivamente il territorio, sia nella lotta alla ‘ndrangheta che nello sviluppo di un’etica sostenibile.

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  1. Buongiorno dott. Linarello, innanzitutto la ringrazio per avermi concesso quest’intervista. Per prima cosa vorrei chiederle di raccontarmi un po’ del progetto CANGIARI: com’è nato, qual è stata la genesi e perché.

Un giorno sono venute a trovarci delle giovani donne calabresi, indignate perché l’antichissima e prestigiosa tradizione della tessitura a mano (nata in Magna Grecia) stava morendo. Insieme a loro abbiamo fatto un viaggio nelle antiche tradizioni, che ci ha portati a scoprire le misteriose figure delle “majistre”. Per ogni schema, disegno e texture (tutte di matrice grecanica e bizantina)
occorreva programmare matematicamente 1800 fili, e le majistre conoscevano ognuna di queste programmazioni. Queste donne, durante i secoli, le avevano tramandate tramite la creazione di alcune cantilene nei quali versi c’era un codice criptato, alias l’ordine di passaggio dei fili nel telaio. Accettando di cantarcele, in modo che potessimo trascriverle, ci hanno permesso di recuperare un patrimonio che sarebbe altrimenti andato perso. Ci siamo resi presto conto, però, che per realizzare 1 metro di tessuto sono necessarie da tre a sei ore di lavoro, con un costo del tessuto e del lavoro spropositato, e, quasi per scherzo, ci siamo detti che solo un marchio di alta moda avrebbe potuto farlo. Da lì abbiamo pensato “perché non farlo noi?”. Abbiamo fatto nascere il primo marchio etico di fascia alta in Italia, dandogli un nome calabrese, “CANGIARI” per ostentare sin da subito le nostre radici senza rinnegarle.

  1. Qual è la mission di CANGIARI?

Spesso la cultura dei prodotti etici è legata a una bassa qualità, quasi a voler suggerire al consumatore di comprare il prodotto perché è etico, anche se brutto. Con CANGIARI noi abbiamo voluto dimostrare che realizzare un prodotto etico e sociale non vuol dire abbandonare eleganza e raffinatezza. Bellezza e qualità sono state le parole d’ordine dall’inizio.
In più, CANGIARI ha una produzione coerente a 360°: è un marchio comunitario, in cui non c’è un solo investitore, ma tutti i lavoratori soci sono anche proprietari del brand. In quanto cooperativa sociale di tipo B, il 30% dei lavoratori devono essere svantaggiati, tra essi, infatti, ci sono stati lavoratori anche con svantaggi pesanti: donne con disturbi psichiatrici, con disabilità, migranti. Per noi l’integrazione dei lavoratori svantaggiati è normale, e l’accoglienza e l’integrazione sociale sono prioritari.

  1. CANGIARI è un brand in continua espansione, e ad oggi conta uno showroom anche a Milano. E’ stato difficile farsi conoscere e far apprezzare la propria mission anche fuori regione?

A Milano siamo arrivati non senza fatica, anzi, la cosa più difficile è stata legare l’identità etico-sociale all’identità di un prodotto di moda che non riceveva sconti per questo. Lo showroom invece è un bene confiscato alla ‘ndrangheta, e questo è bello perché è la metafora di un qualcosa che è stato rubato alla società civile ma che è tornato indietro. Mafia vuol dire bruttezza: nei luoghi a maggiore densità mafiosa, ci si accorge che c’è del brutto, e la bellezza assume dunque, in questo contesto, un significato ancora più particolare.

  1. Quali sono i materiali più utilizzati da CANGIARI e come si svolge il processo produttivo?

L’etica nel prodotto è un aspetto fondamentale: la produzione parte dalla rete delle tessitrici, che lavorano nel proprio paese, a casa o nei laboratori, per realizzare i tessuti, che poi afferiscono in un laboratorio sartoriale e di confezionamento, dove lavorano anche delle modelliste. I tessuti vengono poi confezionati insieme ad altri tessuti non fatti a mano (per tenere i prezzi ragionevoli) e alla fine viene fuori il capo finito. Un dettaglio interessante è che tutti i capi CANGIARI sono certificati GOTS, e non c’è nessun marchio italiano di fascia alta che, senza eccezioni, realizzi tutto GOTS. Sia i tessuti che realizziamo con i telai, ma anche quelli industriali che compriamo dall’esterno, sono biologici certificati.
Abbiamo inoltre cercato di superare il concetto di collezione, che riteniamo “insostenibile”: la nostra idea è che un capo, una volta elaborato, debba rimanere. Non deve essere archiviato perché la moda lo vuole.

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5. Personalmente pensa che la moda sostenibile riuscirà a battere il “fast fashion” e tutto il sistema delle grandi produzioni?
Noi di CANGIARI facciamo parte del movimento “Fashion Revolution” quindi portiamo avanti il discorso della moda sostenibile a livello internazionale. Devo dire, però, che ci sono molti più dibattiti e convegni sulla moda etica che aziende che la producono. Gli ostacoli sono principalmente due: il primo è la qualità. La qualità deve esserci sempre e comunque, e l’eticità di un brand non giustifica l’assenza di qualità: questa è una cultura che non tutti hanno recepito nell’ambito della moda etica. Poi c’è il tema della distribuzione: non è sufficiente avere un bel prodotto sostenibile ad un prezzo accessibile, ma è necessario che vengano creati dei canali di distribuzione etici e accessibili anche ai piccoli marchi. Finché i canali distributivi saranno nelle mani dei grandi marchi, e i rituali del mondo della moda (sfilate, pubblicità, promozioni, sponsorizzazioni), fino ad arrivare allo showroom e ai canali distributivi, saranno controllati dalle grandi realtà, sicuramente lo spazio per la moda etica non ci sarà. Dobbiamo provare a inventarci una distribuzione etica fattibile ed indipendente da questi fattori.

6. CANGIARI nasce da GOEL, che è un comitato fondato da lei e volto al riscatto sociale. Quali sono i traguardi più importanti raggiunti da GOEL?
GOEL – Gruppo Cooperativo è una comunità che opera per il cambiamento e il riscatto della Calabria. Una comunità di cui oggi fanno parte 12 imprese sociali, 2 cooperative agricole, 2 associazioni di volontariato, 1 fondazione, 29 aziende prevalentemente agricole e molti professionisti e volontari coinvolti singolarmente. GOEL opera in tanti ambiti: un esempio sono “I viaggi del GOEL” (www.turismo.responsabile.coop), tour operator di turismo responsabile, grazie al quale realizziamo pacchetti di incoming in Calabria in strutture confiscate alla ‘ndrangheta o imprese turistiche che vi si sono ribellate. Un turismo ecologico, socialmente sostenibile da tutti i punti di vista. Poi c’è l’ambito agricolo, con GOEL Bio (www.goel.bio) la cooperativa che aggrega gli agricoltori calabresi che si oppongono alla ‘ndrangheta e che hanno eliminato il caporalato dai campi, che riescono a resistere alle aggressioni grazie ad una efficace strategia di cooperazione e a ricevere un equo prezzo di conferimento grazie all’eliminazione degli intermediari nella filiera. Operiamo anche nel settore sanitario e del recupero sociale. L’obiettivo è dimostrare che l’etica non è solo giusta, ma anche efficace, unica via per un vero sviluppo del territorio.

7. Che progetti ha per il futuro del marchio CANGIARI?

Attualmente come tutti i marchi di moda siamo un po’ in difficoltà, in attesa di ripartire appena il mercato si rimetterà in moto. Quando questo succederà, pensiamo di puntare tutto sul web. Abbiamo già cominciato diversificando il prodotto in maniera significativa: non solo la linea prêt-à-porter donna, ma anche la “Sposa Etica” ((https://cangiari.it/it/collezioni/la-sposa-etica), e la linea tessile per la casa “Abitare CANGIARI”. Tutto questo lo porteremo sul web con un grande progetto di rilancio che comprende un e-commerce rinnovato.

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